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  MACCHÈ ANZIANI D'EGITTO!!! CMTE SEGRATE

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GIORNALINO

Articoli del giornalino n.4/2026 - Settembre/Ottobre

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PER NON DIMENTICARE
Sono ritornato in quel tratto di costa dove, in tempi diversi, sono venute alla luce molte poesie. Guardavo le onde frangersi sugli scogli: lo stesso mare che bagna le spiagge di Gaza. Quel “rauco sillabar di onde” mi ha parlato ancora.
 
Ode a Gaza
(per non dimenticare)
 
Gettano i pescatori le reti nel mare di Gaza
salmastro saturo di volti
onde frantumate in un grido:
il mare si colora di sangue
la sabbia si colora di sangue
le pietre si colorano di sangue
le parole si colorano di sangue.
 
Gettano i pescatori le reti nel mare di Genova
si frangono le onde su questi scogli
recano un canto venuto da lontano:
le note cadono nel vento
s’avvinghiano a un turbine le voci di martiri bambini
manto di silenzio trapunto di un lento sussurrare
rauco sillabar di nomi. 
 
Sono nomi scritti sull’acqua
frammenti d’ossa spezzate
pupille spalancate su un istante
soffocato dalla polvere:
povere di luce
fissano le mense opulente dei venditori di morte
di chi non sa più spezzare il pane con chi gli è accanto
di chi non sa più benedire un ventre gravido
di chi non sa più vegliare il sonno di un bambino
di chi non sa più cantare inni e sussurrare una preghiera
di chi è prigioniero in abissi d’odio
e un istante dopo istante uccide la sua umanità: 
costui è più morto dei morti
è obbrobrio e disperazione
soldato che ha seppellito la pace.
 
E come nuova pandemia si diffonde l’indifferenza
di chi chiude gli occhi per non vedere
la mente per non pensare
il cuore per non accogliere e amare:
Gaza è il sepolcro della nostra umanità.
 
Gettano i pescatori le reti nel mare di Gaza
salmastro saturo di volti
onde frantumate in un grido:
Gaza è la mia patria
Gaza è riflesso del mio tramonto
Gaza è stella della mia notte
Gaza è cielo del mio cielo
Gaza è cuore del mio cuore
 
Rotola la pietra dal sepolcro  
un uomo vince la morte:
Gaza è luce del mio cammino.
 
Pietro Pinacci
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New York, ma l’anima dov’e?
Un viaggio nella Grande Mela
 
New York, che dire, non si può descrivere, è un insieme di sensazioni belle, magiche e contrastanti.
New York è luce di Time Square, sirene, otto milioni di persone, insegne giganti, grattacieli, musiche, negozi, musei, etc…
Abbiamo visto tanto in poco tempo: Empire, Central Park, Brooklyn Bridge, quartieri e fai mille pensieri, tante riflessioni con l'illusione di trovarti davvero in un posto mitico.
New York mi ha segnata perché l'ho vissuta non da turista distratta dietro i grattacieli di vetro.
Dietro questo marketing urbano c'è una varia umanità proveniente da mondi e civiltà diverse, con oltre 200 lingue parlate.
Il mondo americano è fatto di contrasti estremi, difficile da capire per noi europei, soprattutto per chi come me ha guardato New York non solo con la macchina fotogra-fica, ma con gli occhi e col cuore.
Tutto è "the best": the best pizza, the best eagle, the best view, ma se rifletti bene alla fine capisci che è un mantra che per noi europei può significare slogan o stile di vita.
Dopo lo stupore iniziale mi sono chiesta: sì ok, ma l'anima dov'è?
Di sera appaiono strani personaggi, maschere e drag: è il freak notturno di Manhattan.
A New York c'è il culto della libertà, tutto è possibile, tutto è permesso, ma sei solo e in compagnia della tua maschera, l'America ti spinge a essere vincente, produttivo, performante ma se non riesci non esisti, sei invisibile.
Dietro le paillettes c'è emarginazione, la povertà che a New York è tanta e poco raccontata.
Marina Cognata

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Un pittore di nome Giuseppe Pellizza
In viaggio a Volpedo
 
Giuseppe Pellizza, figlio di una famiglia benestante, nacque a Volpedo nel 1868 e si dedicò alla pittura con serietà e intelligenza.
I primi rudimenti del disegno li apprese alla scuola di Castelnuovo Scrivia; passò poi all'Accademia delle Belle Arti di Milano ed espose per la prima volta a Brera nel 1885.
Proseguì poi nella sua formazione recandosi a Roma all'Accademia Nazionale San Luca e infine alla scuola libera di nudo all'Accademia di Francia a Villa Medici.
Deluso di Roma, passò all'Accademia delle Belle Arti di Firenze ma, non soddisfatto neppure qui, frequentò l'Accademia delle Belle Arti a Genova.
Si sposò nel 1892 e nel 1893 partecipò all'Esposizione Generale Italiana a Torino.
Nel 1893 tornò a Firenze per frequentare l'Istituto di studi superiori e nel 1900 espose a Parigi il dipinto “Lo specchio della vita” mentre nel 1901 portò a termine il “Quarto Stato” al quale aveva dedicato 10 anni di studi e fatiche.
L'anno successivo lo espose alla Quadriennale di Torino ma non ottenne il riconoscimento sperato e anzi suscitò polemiche e sconcerto e quindi, deluso, abbandonò i rapporti con i letterati e gli artisti.
Nel 1904 intraprese un viaggio in Engadina e nel 1906 fu chiamato a Roma dove vendette alla Galleria Nazionale d'Arte Contemporanea.
Profondamente provato dalla scomparsa della moglie Teresa e del figlio neonato avvenuta nel maggio dello stesso anno, morì suicida il 14 giugno 1907 impiccandosi nel suo stesso studio.
Fu un esponente di rilievo del Divisionismo Italiano: tecnica particolare che divideva i colori per piccoli punti lasciando all'iride il compito di comporre le sfumature e le variazioni.
Fece buon uso della macchina fotografica che allora era novità.
Nello studio del pittore, riportato allo stato reale di quando lui vi lavorava, sono stato colpito per l'abbondanza della luce naturale che copiosa entra sia dalle finestre del portone d'ingresso che (più ancora) dall'ampio lucernario trasparente orizzontale che, all'epoca, deve aver dato al pittore un largo arco di tempo sul quale lavorare. 
Altra sua caratteristica era quella di disegnare i soggetti in scala naturale. 
La biblioteca è ricca di volumi classici con mensole che arrivano quasi al soffitto (sui 9/10 metri) raggiungibili con una scala in legno che ancor oggi permette di arrivare fino al ripiano più alto.
La stessa scala è stata utilizzata dal pittore per il suo trapasso mediante impiccagione.
L'arredo si completa con calchi in gesso delle varie parti anatomiche e con una statua sempre in gesso con evidenziati muscolature, tendini, etc …
In gruppo ci siamo portati alla piazza dove si trova esposto stabilmente il dipinto “Quarto Stato” che ha dimensioni ciclopiche e abbondanza di soggetti umani che sembrano l'avanzare di un popolo lavoratore in richiesta di valori umani e sociali che mai arrivano.
 
Ringrazio la guida Bruno Anna Maria che con pazienza e attenzione è riuscita a farci immergere nella personalità eclettica del pittore.

                                                                     Armando Fassina

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LA RESISTENZA MILANESE

​La nostra visita è partita da via Rovello dove, nel Palazzo Carmagnola, c'era la sede della famigerata Legione Autonoma Mobile Ettore Muti, un'accozzaglia di ex criminali, assoldati dal Regime.
Nel dopoguerra, nella stessa sede, viene fondato e aperto il Piccolo Teatro per la ripresa di attività culturali che riaffermassero il valore della Libertà.
La Resistenza in Italia è iniziata con l'armistizio dell'8 settembre 1943 e arriverà fino al 25 aprile 1945.
In quella sede verranno imprigionati e torturati uomini e donne di ogni estrazione sociale. 
A Palazzo Marino una lapide commemora il senso stesso di questo movimento antifascista, accomunandolo al Risorgimento. 
Già nel ‘24 furono promulgate leggi contro la libertà di stampa, la pena morte e perfino lo scioglimento dell’associazione scout, accettata nel ’28, ma senza insegne. 
Il movimento scout fonderà un gruppo clandestino: le Aquile randagie; alcuni dei suoi membri perderanno la vita in difesa della libertà.
I giornali: Stato Operaio, Voce della Gioventù, Corrente pubblicheranno clandestinamente, anch’essi a costo della vita dei propri dipendenti.
Il culmine della privazione totale dei diritti sarà, nel ‘44 con le leggi razziali.
Le donne, che avevano iniziato a manifestare nel ’42 per ottenere un migliore orario di lavoro e l'attivazione delle mense, nel ‘44 cominciano a scioperare nonostante il fatto che, con gli uomini al fronte, erano le uniche a sostenere l'economia con la loro forza lavoro.
Nel carcere di S. Vittore metà bracci vengono destinati a diventare luoghi di torture ed eliminazione dei detenuti.  
Stattmaier, nazista, con un cane affamato e feroce faceva correre certi detenuti in ginocchio per tutti i corridoi, finendoli con un colpo di pistola al primo segnale di sfinimento.
Altri li costringeva a salire su una scala “disegnata” e, nell’impossibilità ovvia di farlo, li uccideva immediatamente.
Suor Enrichetta Alfieri, assistente spirituale, faceva la staffetta per i partigiani e quando fu catturata solo l'intervento del cardinal Schuster riuscì a salvare lei e altri detenuti.
Il 10 agosto ’44 i nazisti uccidono per rappresaglia 12 persone che vengono lasciate accatastate a putrefarsi, in piazzale Loreto, per “essere d'esempio".
Don Luca Barbareschi, prete partigiano, ci si inginocchia davanti, pregando e pian piano una folla si raduna a pregare accanto a lui.
Quel prete fu torturato dalla Gestapo, ma non rivelò mai i nomi dei compagni, anzi produsse passaporti falsi per far fuggire in Svizzera molti ebrei.
Al termine del conflitto, vi condusse anche il suo carnefice, a giusto processo.
Finalmente nel ’45 vennero fatte suonare le sirene per tre minuti consecutivi per ufficializzare la fine del conflitto.
Ci siamo spostati poi in piazza Cordusio, dove una targa ricorda il banchiere Alfredo Pizzoni che, con 169.000 lire, riuscì a finanziare le ultime imprese partigiane che ottennero la vittoria.
Siamo passati dall'hotel Regina, altra sede di uccisioni e torture.
In piazza del Duomo due frecce su due colonne indicavano la possibilità di scendere in un rifugio che doveva essere costruito sotto il piazzale ma che non fu mai ultimato.
In piazza Mercanti si possono leggere i nomi di tutti i partigiani milanesi uccisi ed è esposta una stele del 2015 pensata da Cini Boeri (l'arch. del Bosco Verticale) con le commoventi parole rivolte da Calamandrei al gerarca nazista generale Kesserling colpevole con altri di tutti quei morti.
Un vero e proprio memoriale!
Siamo arrivati poi in piazza della Scala, nel cui teatro, famoso in tutto il mondo, l'11 maggio del 1946 Arturo Toscanini diresse un concerto dedicato alla ritrovata libertà dei milanesi.
Davanti a Palazzo Marino ci è stato ricordato che Picasso accettò di esporvi nel ’53 la sua “Guernica".
In corso Matteotti esisteva la sede dell'OVRA, fascista, che divenne anch'essa luogo di interrogatori e torture dal ’44 al ’45, pur comparendo come “azienda vinicola".
Operava anche per estromettere dai quartieri popolari del centro i residenti, confinandoli in periferie come Rozzano e Quarto Oggiaro in stanze di 20 mq per famiglia, con la scusa di migliorarne le condizioni igieniche: in realtà con l'intenzione di costruire palazzi residenziali che rendessero lussuoso il centro della città.
Per contro, nella bella chiesa di San Carlo al Corso dove si è concluso il nostro percorso, preti come De Piazza e Turoldo, nascondevano fuggiaschi nelle intercapedini della cupola, sostenevano la gioventù universitaria cattolica e predicavano chiaramente contro la prepotenza e le vessazioni fasciste, tanto che, a volte, venivano fatti sloggiare dai superiori verso altre sedi.
Poi però tornavano, meritandosi l'appellativo di “preti con la valigia".  
Concludo questo lungo articolo con una domanda volutamente provocatoria: a qualcuno, per caso, leggendomi, è venuta in mente qualche analogia col periodo storico che stiamo attraversando a livello mondiale?
Elisa Vigevano


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Io e il 25 Aprile

Questa mia è la testimonianza di un ragazzo dodicenne che ricorda bene quel 25 Aprile del 1945.
Lo ha vissuto a Vergiate, un Comune della provincia di Varese dove c’era e c’è tuttora un piccolo aeroporto.
Lì si costruivano i caccia bombardieri italiani Savoia Marchetti mentre ora la fabbrica è della Leonardo e vi si costruiscono elicotteri.
E’ stato necessario specificare il luogo dove ho vissuto quel 25 Aprile perché l’Anniversario della Liberazione  e della fine della seconda guerra mondiale è stato diverso nelle varie Regioni d’Italia.
Qualche anno fa avevo chiesto a un mio coetaneo siciliano cosa ricordasse lui del 25 Aprile 1945.
“Nulla, un giorno come gli altri”, mi rispose, “per noi in Sicilia la Liberazione è avvenuta nel luglio del 1943, quando sono sbarcati i soldati angloamericani!”
Diversa la situazione del Nord Italia.
Quindi, prima di parlare di quel 25 Aprile 1945, è necessario parlare di quello che era successo nei cinque anni precedenti (quelli della guerra iniziata nel 1940), del ventennio precedente (iniziato nel 1922 con la presa del potere del partito fascista) e anche di quello che è successo nei giorni successivi al 25 Aprile.
Devo parlare dei due anni che ho fatto come “Figlio della lupa”, i primi due della scuola elementare e poi i tre, come “Balilla”, quelli dalla terza alla quinta elementare.
Alla manifestazione in ricordo del 25 aprile 1945 svoltasi nel nostro comune non ho visto nessuna rappresentanza delle Scuole di Segrate.
Non così durante il fascismo: si festeggiava il 21 Aprile, “Natale di Roma”; si festeggiava il 28 Ottobre, “Anniversario della marcia su Roma”; si festeggiava il 4 Novembre, “Anniversario della Vittoria” e in ognuno dei questi Anniversari tutti gli studenti delle scuole, di ogni ordine e grado, erano obbligati a partecipare al corteo lungo le strade del paese, ai discorsi ufficiali e alle gare sportive che venivano organizzate. Tutti in divisa!
Già prima del 1940 il Governo fascista aveva chiesto di donare “l’oro alla Patria”: le fedi nuziali regalate alla Patria!
Poi, all’inizio della guerra, fu la volta delle campane: dai campanili vennero tolte le campane più grosse per farne canne da cannoni!
Fu l’inizio dell’oscuramento, del razionamento dei generi alimentari, della “borsa nera”, del coprifuoco, delle deportazioni in Germania e, purtroppo, dei bombardamenti.
Anche a Segrate la Chiesa Parrocchiale di Santo Stefano venne parzialmente distrutta!
Della pace, come della salute e della democrazia, se ne conosce il valore solo quando si perdono!
Sono nato e cresciuto in una famiglia di contadini, quelli che vennero chiamati “coltivatori diretti”: contadini che coltivavano campi che non assomigliano ai grandi campi in pianura di Segrate.
Campi di poche centinaia di metri quadri, nelle strette valli tra le colline del varesotto.
In uno di questi campi, il 25 Aprile 1945, stavo aiutando mio padre a seminare il granoturco.
La semina a mano del granoturco è faticosa, schiena piegata, tasca dei calzoni piena di chicchi di granoturco e, con una specie di punteruolo di legno lungo una trentina di centimetri, si doveva fare un buco su una linea tracciata diritta sul terreno arato e spianato e vi si lasciava cadere un seme.
Poi lo si copriva, si faceva un passo avanti, un altro buco, un altro seme e così avanti e indietro lungo il campo che era ai margini di una strada sterrata che da Vergiate portava al vicino paese di Mercallo.
Erano circa le tre del pomeriggio e lungo la strada abbiamo visto passare in bicicletta gli operai che lavoravano alla Savoia Marchetti: strano orario per lasciare il lavoro!
Uno di questi operai grida a mio padre: “Scappa Berto che arrivano i tedeschi!”.
Mio padre, reduce della prima Guerra Mondiale, che aveva fatto mesi di prigionia nei campi austriaci rispose: “Chiederò ai tedeschi di venirci ad aiutare a semiare!”
Finita la semina, tornati a casa, vidi mio fratello maggiore con un fucile a tracolla!
A mia insaputa faceva parte di d’una squadra che, con l’accordo del viceparroco, collaborava con i partigiani.
Giorni di grande caos quelli che seguirono il 25 Aprile! La guerra non causa solo morti e distruzioni, è anche e soprattutto fomentatrice di odio.
Le vendette personali furono numerose, alcune cruente, altre simboliche, come la rasatura dei capelli delle donne “collaborazioniste” dei tedeschi.
Vorrei tanto che il 25 Aprile fosse ricordato come un giorno di pace ma non lo è ancora e per far sì che lo diventi sarebbe necessario cambiare alcuni preconcetti cui siamo legati da secoli, come quello che viene ancora citato come prodromo di Pace: “Se vuoi la Pace prepara la guerra”.
No, se è stato valso per due millenni, ora non è più valido. E’ necessario sostituirlo con “Se vuoi la pace, prepara la pace”.
Ma come si prepara la pace?
Io penso che sia necessario prepararla nelle scuole perché è lì che, sin da giovani, si può apprendere il valore della pace.
Purtroppo, ancora oggi sui libri di testo vengono messe in rilievo le gesta guerriere di Giulio Cesare, di Napoleone, di Alessandro Magno e tanti altri.
Nessun nome di sostenitori della pace.
Eppure ce ne sono stati.
In internet di sostenitori di Pace se ne trovano molti, ma sono illustri sconosciuti!
Allora sono un pacifista? No, sono un sostenitore della resistenza civile, così come è stata applicata con successo dal Mahatma Gandhi in India e da Nelson Mandela in Sud Africa e come ne ha scritto nel 2021 la professoressa statunitense Erica Chenoweth nel suo, libro “Come risolvere i conflitti senza armi e senza odio, con la resistenza civile.”
 
Enrico Sciarini   

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Custodire la persona umana

Il 26 maggio è stata pubblicata l’enciclica di Papa Leone “Magnifica Humanitas - sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale.” 
L’enciclica riflette sullo sviluppo e sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale e sulle sue ricadute nei diversi ambiti della vita umana; in particolare, affronta le tematiche della giustizia sociale e della pace, alla luce della parola di Dio, del magistero sociale della Chiesa, dell’insegnamento del concilio Vaticano II e degli ultimi papi.
In questi giorni ho incominciato a leggere l’enciclica e, subito, mi sono fermato sulle parole del sottotitolo: la custodia della persona umana. Con il pensiero sono andato alla fonte, a quando tutto è cominciato, al racconto della creazione.
La parola custodia e il verbo custodire, richiamano il racconto della Genesi: Dio pose l’uomo nel giardino dell’Eden perché lo coltivasse e lo custodisse (Gn 2,15). Si potrebbe dire che la custodia implica il prendersi cura, coltivare e trasformare il giardino. Un divenire e uno sviluppo armonico in cui l’uomo continua l’opera della creazione. Opera che, a immagine dell’essere e operare di Dio, ha senso se compiuta nell’amore. L’uomo è posto nel giardino, ne è parte, tutto è in relazione con tutto. L’uomo è posto nel giardino per donare e ricevere doni. Soltanto con questa premessa si comprende il senso del custodire. 
Nel mezzo del giardino, Dio pone due alberi: l’albero della vita e l’albero della conoscenza del bene e del male. Uno accanto altro, come a indicare che, nel compiere la sua vocazione, nel prendersi cura e custodire, scienza e vita non possono essere disgiunte. Non si ha vita senza scienza e né scienza sicura senza vita. Quando Eva, cedendo alle lusinghe del demonio (diventerete come Dio), mangia dell’albero della conoscenza, si dimentica dell’albero della vita. È avvenuta una lacerazione nel suo essere, non guarda più alla Vita nella sua multiforme bellezza e nelle molteplici trasformazioni. Afferra il frutto, prende per possedere, non per donare.
Così si compie la caduta dell’uomo. Di ogni uomo, in ogni tempo: quando prigioniero dell’egoismo guarda soltanto a sé, a possedere più che a donare, a dominare più che condividere.

Ma su questa terra dilaniata dall’odio e dalle discordie, con l’incarnazione di Gesù, Dio compie una nuova creazione, che ha al centro un altro albero: l’albero della croce. Albero che unisce terra e cielo, umano e divino, scienza e vita. Albero che indica il cammino dell’uomo, la sua vocazione all’amore puro e incondizionato.
L’amore per l’altro rivela l’amore che è in me. Quanto più amo, tanto più conosco me stesso; quanto più conosco me stesso, tanto più conosco l’universo. Nel cuore di chi ama si ricompone la lacerazione tra scienza e vita. Tutto ritorna in relazione con tutto, la vita fluisce in me e oltre me. È il mistero della Trinità, che viene ad abitare nel mio cuore.   
Custodisci il tuo cuore più di ogni altra cosa, poiché da esso provengono le sorgenti della vita (Pr 4:23).
Pierro Pinacci

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ELITECA
  
È giunto il momento di salutarci per le vacanze. Non tutti ne trascorreremo una parte insieme. È anche un momento proficuo per riappropriarsi del proprio tempo giacché, pur essendo tutti pensionati, per fortuna, siamo tutti persone attive, con grandi impegni da assolvere ogni giorno. Primi fra tutti, per chi li ha, accudimento e servizio taxi dedicati ai nipoti. Il bello delle pause è che consentono di desiderare che venga presto il momento di rivedersi, andare in gita, ammirare mostre o monumenti interessanti, pranzare golosamente e ridere e sorridere insieme. Non troppo presto però, perché - non so voi - ma io ho la sensazione che il tempo, ora più che mai, trascorra a velocità da Gran Premio di Formula Uno. E non mi piace proprio tutta questa fretta che mostra nei nostri confronti. Mi vien da dirgli: rilassati! C’è tempo, appunto.
A questo proposito, il 27 aprile scorso, ho scritto questa poesia che vuol essere un augurio, innanzitutto a me stessa, ma anche a tutti voi di vivere sempre appieno e positivamente. Nonostante tutto.
 
I MIEI SPLENDIDI ANNI AZZURRI
 
Esausta di vita frenetica e piena,
ma insieme curiosa di nuove scoperte.
E basta un abbraccio a ridare la forza,
che innesca l'attesa di giorni ancor nuovi.
 
Elisa Vigevano


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WE WILL ROCK YOU, THE MUSICAL
​​Venerdì 17 aprile siamo stati travolti dalla musica dei Queen in un’interpretazione strepitosa al Teatro Nazionale. 
Bravissimi gli interpreti cantanti/ballerini/attori con protagonisti Giorgio Adamo e Asia Retico e tutto il cast di ottimo livello musicale e scenico.
The Musical We Will Rock You, scritto da Ben Elton insieme a Roger Taylor e Brian May dei Queen, è uno degli spettacoli musicali più rappresentati e amati al mondo.
È la storia emozionante di Galileo e di Scaramouche che, insieme ai Ribelli Bohemians, in una società futuribile, declinazione possibile di quella attuale, riporta l’amore, la musica dal vivo e la bellezza al centro della loro vita, con l'innocenza, la determinazione e l'audacia che solo uomini coraggiosi e ragazzi nel loro processo di crescita sanno tirar fuori in una società omologata e dominata da una sola multinazionale che governa il mondo in maniera scellerata.
I due protagonisti, attraverso la conoscenza e la musica, intraprendono una battaglia per risvegliare le coscienze e per dare un futuro diverso, possibilmentea  migliore, all'umanità e al pianeta: “Il futuro non è scritto, il futuro dipende da tutti noi”.

 
Emozionante finale dello spettacolo: tutti a battere mani e piedi e a cantare i brani più iconici.
Grande serata per la Terza Età con spirito rockettaro che ci ha fatto sentire più giovani.
Ornella Meroni

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E ORA…

​UN PO’ DI UMORISMO!

  
 
 

Un po’ di autoironia fa bene... Ecco alcuni Avvisi Parrocchiali improbabili, ma forse anche reali:
 

Avvisi Parrocchiali:
 
  • Martedì sera, cena a base di fagioli nel salone parrocchiale. Seguirà concerto.
  • Il coro degli ultrasessantenni verrà sciolto per tutta l’estate, con ringraziamenti di tutta la parrocchia.
  • Il torneo di calcio delle parrocchie prosegue con la partita di Mercoledì sera: venite a fare il tifo per noi mentre cercheremo di sconfiggere il Cristo Re!
  • Il gruppo di recupero della fiducia in se stessi si riunisce giovedì sera alle 7. Per cortesia usate la porta sul retro.
  • Venerdì sera alle 19 i bambini dell’oratorio presenteranno l’Amleto di Shakespeare nel salone della chiesa. La comunità è invitata a prendere parte a questa tragedia.
  • Il gruppo dei volontari ha deposto tutti gli indumenti. Ora li potrete vedere nel salone parrocchiale.
  • Un nuovo, potente impianto di altoparlanti è stato installato in chiesa. È stato donato da uno dei nostri fedeli, in memoria di sua moglie.
  • Care signore, non dimenticate la vendita di beneficenza! È un buon modo per liberarvi di quelle cose inutili che vi ingombrano la casa. Portate i vostri mariti.

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